Il Liverpool è in crisi

La squadra di Klopp ha vinto solo tre partite in questa stagione

L’ultima volta che il Liverpool ha superato la terza giornata di Premier League senza vittorie era l’estate del 2012. In panchina era appena arrivato Brendan Rodgers e in campo figuravano ancora giocatori che per noi appartengono a un passato lontano, come Pepe Reina, Jamie Carragher e Steven Gerrard ma anche nomi più esotici, tra cui Fabio Borini – misteriosamente preso dalla Roma poche settimane prima – Andy Carroll e Jonjo Shelvey. Era un Liverpool molto diverso, molto meno glamour di quello attuale. Giocava ancora in Europa League e nella fase a gironi aveva perso, ad Anfield, contro l’Udinese di Guidolin: una partita folle, decisa da un gol di Giovanni Pasquale. 

Per i Reds, quella è rimasta una stagione tendenzialmente dimenticabile, parzialmente riscattata solo dalle giocate di Luis Suarez e, infine, chiusa al settimo posto, fuori da tutte le coppe. Per chi ha visto due generazioni del Liverpool trionfare in Europa, questo è forse il momento più distante dalla gloria che fu e che sarà.

Nelle dieci stagioni che hanno seguito, il Liverpool ne ha chiuse otto qualificandosi per la Champions League e, escludendo l’Europa League persa in finale, ha vinto almeno una volta tutte le competizioni a cui ha preso parte. Prima dell’inizio di questa stagione, Klopp, ora al suo settimo anno da manager, ha aggiunto alla sua personale collezione anche l’ultimo pezzo mancante: il Community Shield che era sfuggito nel 2020 contro l’Arsenal e che è arrivato battendo i campioni uscenti del Manchester City. Solo un giocatore ha unito queste due epoche del Liverpool: Jordan Henderson che, da quando Gerrard ha detto basta, è diventato il simbolo del suo club, sollevando tutti i trofei di questo decennio.

Le difficoltà

L’esordio vincente nel Community Shield sembrava aprire a un’altra grande stagione del Liverpool ma, a un mese e mezzo di distanza, sembra solo aver confermato la tendenza delle squadre ad approcciare questo trofeo come un’amichevole. Infatti, già una settimana dopo quella vittoria, la situazione si complica.

Il Liverpool viene subito messo in grossa difficoltà dal Fulham, neopromosso dalla Championship. La squadra di Silva, infatti, riesce a impostare una partita di altissimo livello soprattutto sul piano atletico. Già dopo pochi minuti, Robinson mette in difficoltà Trent sulla destra, bloccando un suo lancio dalla trequarti difensiva e mandandolo sui piedi Decordova-Reid. Il giamaicano, anche per la pressione di Fabinho, sbaglia il tiro ma detta quello che sarà il tema ricorrente del primo tempo. Sempre Trent diventerà protagonista del vantaggio del Fulham, facendosi saltare in testa da Mitrovic su un bel cross dalla destra di Kenny Tete.

Il Liverpool non sembra mantenere un grande ritmo e le cose cambiano solo con l’ingresso di Darwin Nuñez in sostituzione di un abulico Firmino. A complicare, però, il quadro, interviene l’infortunio di Thiago Alcantara, fino a quel momento uno dei migliori in campo. Da Nuñez arriverà il gol del pari, in quella che è forse l’azione meglio costruita dal Liverpool: la inizia Matip, superando le due linee del Fulham con una verticalizzazione rasoterra su Milner che, avendo già notato Elliott alla sua destra, apre immediatamente con il piatto mandando a vuoto l’uscita di Ream. Elliott riceve avendo Robinson pronto a chiudere ma anche lui riesce a girare di prima su Salah che si muove nel buco lasciato dall’americano. L’appoggio, a quel punto, è molto comodo per Nunez che ha tagliato bene davanti ad Adarabioyo. Questa resta l’unica azione in cui il Liverpool riesce a trovare il modo ad alzare significativamente il ritmo in campo.

Infatti, la squadra di Klopp resta poco lucida e dopo meno di dieci minuti si sforma per un’uscita a vuoto di Matip. Mitrovic si inserisce nello spazio lasciato dal centrale camerunense e attacca l’area. Van Dijk cerca il duello con lui ma Mitrovic si mostra più furbo, spostando la palla e facendosi stendere. Quella di Mitro è una giocata quasi banale e, fatta al cospetto di van Dijk diventa sconvolgente, quasi un oltraggio a un giocatore capace di intimidire gli avversari anche solo con la sua presenza. Nel finale, però, il valore del Liverpool viene fuori e la difesa del Fulham si fa trovare poco attenta su una verticalizzazione di Alexander-Arnold: Salah riesce quindi a spizzare per Nuñez che gliela restituisce con il sinistro in modo molto scoordinato ma sufficiente per farla spingere dentro all’egiziano.

Aldilà del risultato, comunque significativo, ciò che sconvolge della partita è come il Fulham sia riuscito a sostenere benissimo l’intensità del Liverpool, offrendo raramente il fianco all’aggressione e alla riaggressione dei Reds. In tutta la partita, la mediana formata da João Palhinha e Harrison Reed è riuscita a resistere molto bene alla pressione dei giocatori di Klopp, uscendone spesso con grande tranquillità.

La partita seguente, contro il Crystal Palace, arriva con premesse peggiori. Da un lato Nuñez viene inserito dal primo minuto, ma dall’altro Klopp perde sia Thiago che Matip, trovandosi costretto a inserire in campo Milner e Nathan Phillips, con quest’ultimo messo sul mercato qualche settimana prima. Dal canto suo Vieira opta per un approccio estremamente passivo, disegnando un 5-4-1 con il solo Zaha davanti e con i reparti molto stretti e corti.

Le scelte di Vieira si rivelano particolarmente centrate e per il Liverpool questa diventa una partita semplicemente frustrante: la squadra di Klopp domina il primo tempo ma fatica a crearsi occasioni pulite, sfiorando seriamente il gol solo con un bel sinistro di Salah. Come nella più classica delle partite maledette di Football Manager, il gol lo segna il Palace con il secondo dei suoi tre tiri in porta. È un gol beffardo, tipico di quelle partite in cui sembra andare tutto storto: la difesa del Palace allontana un pallone che cade sui piedi di Eze; Alexander-Arnold prova a mettere una blanda pressione e Fabinho tenta di intervenire ma il 10 del Palace si sposta il pallone con l’esterno e spezza il raddoppio, allungandosi la palla mentre Zaha si lancia per dettare il passaggio in profondità. Phillips segue Eze con gli occhi ma viene preso in mezzo.

Phillips si trova a metà tra la verticalizzazione di Eze e la corsa di Zaha
A coprire la corsa di Zaha c'è van Dijk: l'olandese riesce a recuperare un po' di svantaggio ma quando va per coprire il tiro dell'ivoriano il pallone si è già staccato dal suo piede, accomodandosi sul palo lontano. Quello del Palace è un bel gol e mostra una fragilità che non sembra propria del Liverpool: sicuramente possiamo sicuramente comprendere le difficoltà di Phillips, scongelato da Klopp in modo totalmente inaspettato, ma molto meno la scarsa reattività di Fabinho e Alexander-Arnold nell’anticipare e chiudere Eze.

A creare ulteriori problemi al Liverpool arriva Joachim Andersen, nel pieno di un personale duello con Nuñez e i suoi nervi: ogni volta che i due si avvicinano, l'ex difensore della Samp si fa sentire con colpetti e spinte per destabilizzarlo, poi usa le braccia per ostacolarne la corsa, poi prova a trattenerlo e poi ricomincia: spinte, trattenute, spallate. Poco prima dell’ora di gioco, Andersen prende Nuñez alle spalle e l’uruguagio mima una testata. L’azione termina pochi secondi dopo, Andersen gli urla qualcosa, si avvicina e gli dà un colpetto al collo per attirare la sua attenzione; Nuñez si gira e, stavolta, la testata gliela dà veramente. Non sembra un colpo eccessivamente violento ma Andersen ha vinto: in modo quasi teatrale cade a terra, rigido come una statua. Nuñez viene espulso. Il Liverpool deve superare la resistenza del Palace in inferiorità numerica.

Sorprendentemente, ma non troppo, il rosso a Nuñez sembra aiutare il Liverpool. Luis Diaz, fino ad allora sostanzialmente esterno alla partita si inventa un gol partendo dalla linea laterale e rientrando in dribbling fino alla lunetta dell’area da cui scarica in porta con il collo del destro. La partita resta aperta: prima Zaha spreca un’occasione perfetta da quasi dentro la porta, poi Salah prova un sinistro a giro che esce di nulla. Finirà 1-1: il secondo passo falso in un campionato per cui la presenza del Manchester City rende ogni punto sprecato una possibile tragedia.

A Liverpool ci sono dei problemi: una settimana dopo i Reds perdono contro il Manchester United, allora reduce da due sconfitte. Nella lista degli assenti figurano: Matip, Konaté, Thiago e Diogo Jota, infortunati, e Nuñez, squalificato. Klopp deve anche lasciare in panchina Fabinho per un problema fisico e vicino a lui si siedono tre giocatori dell’Academy e nessun giocatore offensivo.

A Old Trafford si presenta un Liverpool sorprendentemente sfilacciato: dopo dieci minuti, su una palla persa in avanti, Bruno Fernandes attacca bene l’enorme spazio tra van Dijk e Joe Gomez, costringendo quest’ultimo ad accorciare sul portoghese e a lasciare solo Elanga. Bruno, a questo punto, anticipa l’intervento del difensore inglese dandola, in scivolata, proprio a Elanga, libero al limite dell'area. Quest'ultimo non è fortunato e piazza un destro a giro che prende solo il palo.

Al quarto d’ora lo United riesce a tagliare fuori l’intera catena di destra dello United con una triangolazione Elanga-Eriksen-Elanga: lo svedese si trova quindi in uno-contro-uno con Gomez e riesce ad appoggiare al centro per Sancho. Il pallone non è perfetto e Sancho deve lavorare un po’ per crearsi il tiro ma la difesa del Liverpool resta quasi totalmente passiva: Milner tenta una terribile scivolata davanti ma per il nazionale inglese è fin troppo facile eluderla.

Si crea, quindi una situazione ai limiti del comico: Sancho manda a terra sia Milner che Alisson; davanti a lui restano van Dijk, piegato in avanti con le mani dietro la schiena, e Bruno Fernandes che gli indica la porta. 


James Milner in una posa che rimanda a quella di Dio ne La creazione di Adamo 



Sancho ha la palla sul sinistro ma i suoi avversari sembrano troppo lenti per lui: se la sposta sul destro e appoggia in porta. Dopo il gol, Milner andrà a muso duro su van Dijk: forse lo reputa troppo poco reattivo ma qualcuno potrebbe obiettare che anche il suo intervento non sia stato così utile.

L’andamento della partita rispecchia molto le difficoltà del Liverpool: costretto in una fase offensiva lenta e macchinosa, con lo United che riesce a ribaltare il campo con sorprendente facilità. Succederà, in particolare, al 50’: Henderson non riesce a recuperare un pallone rinviato dallo United, mettendo in difficoltà van Dijk che tenta, invano, di anticipare Elanga. Lo svedese riesce a resistere bene anche al ritorno di un Henderson ancora molle e a scaricare su Rashford che stava tagliando da sinistra. Così come Phillips si è trovato tagliato una settimana prima sul gol di Zaha, Gomez si trova a metà tra il filtrante di Elanga e la corsa di Rashford. Il numero 10 dello United riceve facilmente, ringrazia e calcia sul palo di Alisson.

In generale il Liverpool si mostra affaticato e spento, non riesce ad alzare il ritmo come vorrebbe, fatica a creare occasioni pulite e fatica anche di più a convertirle. Anche difensivamente sembra di vedere una squadra poco lucida, con letture sorprendentemente approssimative ed errori tecnici più frequenti di quanto sia lecito aspettarsi. La squadra di Klopp, per assurdo, non sembra reggere i ritmi della Premier League e anche giocatori di spessore, come i già citati Trent e van Dijk ma anche come Salah, Luis Diaz, Henderson si trovano spesso in difficoltà, sommersi dall’intensità degli avversari e quasi mai lucidi nelle loro giocate.

Apparentemente i difetti di questa squadra sembrano assolutamente indipendenti ma in realtà si compenetrano: il Liverpool dipende fortemente dalla sua intensità come strumento di creazione delle occasioni ma anche di stabilizzazione della fase difensiva. In questa stagione, però, la poca lucidità offensiva sta esponendo il lato negativo di questo compromesso, portando un certo numero di giocatori – su tutti Robertson e Alexander-Arnold, già in difficoltà fisica – a venire esposti nei loro peggiori difetti.

Il problema delle risorse

Nella scorsa stagione il Liverpool ha raggiunto la finale di tutte le coppe a cui ha preso parte, disputando 25 partite – 13 in Champions League, 6 in ognuna delle due coppe nazionali – aggiuntive alle 38 tradizionali di Premier League. Forse in questo si può trovare una parziale spiegazione ai problemi di questo Liverpool.

Dopo la terribile sconfitta contro il Napoli, Klopp ha spiegato come la principale problematica della partita non sia stata la scelta di tenere una linea alta quanto la poca compattezza della squadra. Usando le sue parole, il Liverpool “non è mai stato in grado di mettere gli avversari sotto pressione.” Le parole che Klopp usa sono particolarmente significative se si considera che proprio l’intensità offerta dal Liverpool in campo è risultata cruciale nelle vittorie degli ultimi anni.

Nella scorsa stagione Klopp ha costruito una squadra più abile a gestire i momenti della gara, circostanziando in modo molto intelligente le fasi di aggressione e riaggressione più intense e riuscendo ad affiancarvi anche delle fasi, più o meno lunghe, in cui era capace di rallentare il ritmo e recuperare energie. Si può quasi dire che Klopp abbia avuto in mano un telecomando con cui controllare il ritmo del suo Liverpool. 

In questa stagione, questo telecomando sembra caduto sotto il divano soprattutto con l’assenza, lunga più di un mese, di Thiago Alcantara. Lo spagnolo è, infatti, un giocatore con caratteristiche uniche nel Liverpool e la sua qualità nella gestione del pallone trova pochissimi eguali anche estendendo il discorso alle altre squadre europee. Klopp ha, infatti, affidato a lui un ruolo chiave nella gestione della fase di possesso, in cui può spaziare dai più semplici appoggi in prima costruzione agli spettacolari cambi di gioco con cui riesce a costruire l’isolamento dei suoi compagni in attacco.

Thiago, tuttavia, resta un giocatore con una fragilità fisica impossibile da ignorare: nella scorsa stagione ha giocato appena 1500 minuti in Premier League, circa il 45% del totale, e in questa stagione la sua assenza è diventata ancora più pesante visto il profondo restyling messo in atto dalla dirigenza.

Espandendo questo discorso, il Liverpool ha sempre avuto significativi problemi a gestire i propri singoli: nella stagione 2020/21, sicuramente la peggiore da quando il club è tornato con continuità in Champions, il Liverpool ha avuto a che fare con 47 infortuni che hanno fatto perdere almeno due partite ai giocatori, divenuti 33 nella stagione seguente. Nonostante l’evidente miglioramento, coadiuvato dalla presenza di una preseason più lunga di quella dell'estate 2020, la squadra di Klopp è rimasta sempre in fondo alla classifica, passando da peggiore a quinta peggiore. 

 

Anche la stagione in corso non sembra promettere bene, visto che tra la preseason e le prime uscite il Liverpool ha già perso undici giocatori diversi. Trovare una spiegazione a questi numeri è molto difficile, così come difficile è capire dove finiscano i problemi dei singoli giocatori – eccetto in figure storicamente injury-prone come Naby Keïta, Alex Oxlade-Chamberlain e lo stesso Thiago – e dove inizino le responsabilità di Klopp e della dirigenza nella scelta dei preparatori.

Il difficile adattamento al mercato

In estate i Reds hanno messo in piedi forse il singolo mercato più impattante dall’inizio di questo ciclo, che per comodità facciamo coincidere con l’arrivo di Salah nell’estate 2017. Sempre in questo mercato, Klopp si è anche ufficialmente messo alle spalle il tridente storico formato da Salah, Mané e Firmino.

Per ciò che concerne il giocatore brasiliano: Klopp ha estratto, già nel 2020, un centravanti da Diogo Jota sfruttandone la sua duttilità e la sua abilità senza palla. Nella scorsa stagione il portoghese ha scavalcato anche nominalmente Firmino, disputando quattro mesi ad ottimi livelli prima di perdere a sua volta il posto in favore di Luis Diaz. L’impatto del colombiano da gennaio 2022 è stato devastante e ha consentito di esplorare anche nuovi compiti per Sadio Mané. Entrambe le strutture – con Jota e con Diaz – provate da Klopp nella scorsa stagione avevano l’intrinseco vantaggio di garantire fluidità nell’occupazione delle zone avanzate e, in tal senso, favorivano anche la presenza in zone centrali di Mo Salah, consentendogli, soprattutto nella prima parte di stagione, di raggiungere il momento più brillante della sua carriera. Chiaramente le carte in tavola sono cambiate non poco in estate: l’addio di Mané ha tolto a Klopp un giocatore intenso e intelligente come pochi altri, capace di diventare un attore perfetto per qualsiasi setting del terzetto offensivo sia quando doveva partire dal lato sinistro che dal centro dell’attacco.

Infatti, il cambio con Nuñez ha fatto sì che il Liverpool intraprendesse un processo di riadattamento del suo sistema alla presenza di un centravanti vero. Un processo assolutamente non banale e che Klopp si sta trovando costretto a intraprendere in un momento in cui tutta l’impalcatura del gioco, a partire da Thiago e dalla coppia di terzini, è in crisi per stati di forma negativi e infortuni. In questo senso si può leggere la scelta di ricominciare la stagione con Firmino – in leggera ripresa ma comunque appannato – in campo. Bobby, infatti, conosce a memoria i meccanismi offensivi di Klopp e nelle partite che ha giocato si è interfacciato bene con i suoi compagni di reparto e cone lui Diogo Jota, subito rimesso in campo dopo l’infortunio che lo ha tenuto fuori per quasi due mesi. 

Da sinistra: le heatmap di Diogo Jota, Firmino e Nuñez.

Riscontro pratico dei problemi offensivi del Liverpool si è avuto in diverse partite – con l’unica, incredibile, eccezione del 9-0 contro il Bournemouth – ma il Merseyside Derby contro l’Everton ne è forse l’esempio migliore. Durante tutta la partita, Salah e Darwin si sono sempre trovati molto lontani e l’egiziano, in particolare, è stato spesso schiacciato sul lato destro del campo, toccando appena 44 palloni in 90’, un dato impressionante se confrontato con la scorsa stagione, quando si trovava a toccarne quasi un terzo in più di media. Lo stesso tema si può riproporre, senza troppe differenze, su quanto fatto da Luis Diaz sul lato opposto. 

Nella fattispecie, la situazione è stata particolarmente critica nel primo tempo, dove il Liverpool ha tirato solo una volta nello specchio, migliorando poi con l’inserimento di Firmino alle spalle di Darwin nel secondo. 

In generale, la presenza di Nuñez al centro dell'attacco ha, in parte, staticizzato le posizioni degli esterni del Liverpool, costringendoli a un maggior numero di ricezioni nelle zone più larghe del campo.

A rendere particolarmente problematica la situazione davanti subentra, poi, la poca lucidità degli attaccanti, con Salah, in particolare, che continua ad avere le polveri bagnate dal suo ritorno dalla Coppa d’Africa, come dimostrano gli appena 11 gol segnati in questo periodo: la metà di quelli totalizzati tra agosto e dicembre 2021.  

Prospettive

Molte delle difficoltà del Liverpool potrebbero rientrare – come sembra in parte avvenuto – con il ritorno degli assenti in quanto è innegabile che le mancanze di un difensore del livello di Matip – insieme a quella del suo primo ricambio Konaté – e di Thiago Alcantara abbiano destabilizzato la struttura della squadra di Klopp.

Nella partita di Anfield contro l’Ajax, la presenza di Matip e Thiago ha cambiato significativamente la faccia alla squadra, rendendo il pacchetto difensivo più compatto e la manovra più fluida e rapida anche al netto di qualche incertezza in più rispetto alla miglior versione di questa squadra. Non meno rilevante è stato il ritorno di Diogo Jota, più abile di Nuñez a svariare davanti e a scambiarsi di posizione con Salah e Diaz.

Tuttavia, viste le storie cliniche di questi tre in generale e di Thiago nello specifico, viene difficile pensare che il Liverpool possa appoggiarsi tanto su di loro. E proprio da questo problema sembra giustificata la scelta emergenziale di investire su Arthur Melo nell’ultimo giorno di mercato; una mossa apparentemente assurda, visto il rendimento del brasiliano con la Juventus, ma che consente a Klopp, almeno sulla carta, di disporre di un Thiago d’emergenza.

Ciò che però lascia perplessi, tuttavia, è la scelta di investire sul ricambio di un giocatore storicamente injury-prone mettendo alle sue spalle un altro giocatore storicamente injury-prone. Una teoria per motivare questa scelta sembra risiedere in una strategia a lungo termine del Liverpool, che si dice abbia già nel mirino Jude Bellingham per l’estate del 2023. In questo modo, Klopp trova una possibile soluzione low-cost al suo problema e si presenta anche la possibilità di assicurarsi, qualora questo periodo sia incredibilmente positivo, un giocatore della caratura di Arthur a un prezzo ben inferiore a quelli tipici delle squadre di Premier League.

Anche in conseguenza delle scelte fatte sul mercato, il Liverpool sta andando incontro a dei mesi oggettivamente difficili, in cui Klopp dovrà costruire degli equilibri nuovi in modo rapido per gestire un calendario iper-compresso. Inoltre, a giocare ulteriormente contro di lui e contro il Liverpool è il modo in cui il Manchester City sta integrando Erling Haaland, gestendo in modo brillante quello che poteva essere un inserimento molto critico per l’ecosistema di Guardiola. Dietro di loro, invece, Arsenal e Tottenham stanno raffinando ulteriormente i loro sistemi e sembrano in grado di scalare posizioni in classifica, mettendo anche a rischio lo status di prima rivale del City. 

Mai come in questa stagione, un anno di transizione per il Liverpool potrebbe costare carissimo.

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