Hodgson ce la può fare di nuovo?

Due salvezze dell'ex CT inglese per capire come il Watford proverà a restare in Premier League

I tre palloni raccolti da Bachmann nella propria porta durante Watford-Norwich 0-3 del 21 gennaio scorso hanno messo la definitiva pietra tombale sull’esperienza con gli hornets di Claudio Ranieri, il quale era a sua volta subentrato solo due mesi e mezzo prima a Xisco Muñoz senza però riuscire a risollevare la squadra.

Dopo alcuni giorni di attesa è stato scelto il nuovo manager, il cui nome, un po’ a sorpresa, corrisponde a quello di Roy Hodgson. Il settantacinquenne allenatore londinese aveva espresso nella primavera scorsa la volontà di allontanarsi definitivamente dalla panchina e negli ultimi anni ha raggiunto alcune placide salvezze con il Crystal Palace, senza brillare particolarmente e senza compiere imprese degne di nota. In passato però l’ex CT dell’Inghilterra si era già trovato nella situazione di essere chiamato a metà stagione a salvare una squadra che languiva in fondo alla classifica, riuscendo poi effettivamente a guadagnare la permanenza in Premier League: nella stagione 2007/08 con il Fulham e nella stagione 2010/11 con il West Bromwich Albion.

Analizzare queste due esperienze di Hodgson, anche se ormai entrambe risalenti a più di dieci anni fa, ci può aiutare a capire l’approccio del nuovo allenatore del Watford e a ipotizzare come gli hornets potrebbero cambiare nei prossimi mesi.

Fulham 2007/08

Il 28 dicembre 2007 Roy Hodgson viene annunciato come nuovo allenatore del Fulham, subentrando ai caretaker McKinlay e Lewington, che hanno raccolto la squadra da Lawrie Sanchez in zona retrocessione e lì l’hanno lasciata. Fino a quel momento i Cottagers sono usciti vincitori solo contro Bolton e Reading, dirette concorrenti per la salvezza.

Sanchez aveva impostato la squadra con un classico 4-4-2, dimostrandosi restio a variare gli interpreti. In porta c’è Antti Niemi, estremo difensore della nazionale finlandese; davanti a lui agiscono abitualmente a destra Chris Baird, nazionale nordirlandese, e a sinistra Paul Konchesky. Al centro della difesa il punto di riferimento è il roccioso statunitense Carlos Bocanegra; al suo fianco gioca prima Zat Knight, che viene ceduto a fine agosto all’Aston Villa, e poi il capitano dell’Irlanda del Nord Aaron Hughes. Spesso in questa difesa veniva inserito Dejan Stefanovic, prima di un infortunio che ne concluderà anzitempo la stagione. Un altro nordirlandese, l'attuale capitano della nazionale Steven Davis, guida il centrocampo nel ruolo di solido centrocampista box-to-box, affiancato da Danny Murphy o in alternativa dal russo Aleksej Smertin; sulle fasce agiscono Simon Davies, veloce esterno gallese, e l’algerino Hameur Bouazza. Davanti, preso atto dell’infortunio di McBride (quello della gomitata di De Rossi a Germania 2006), Sanchez punta sulla qualità di Clint Dempsey e di David Healy, compagno di nazionale di Davis e Baird. Prima riserva in attacco è Diomansy Kamara, passato a inizio secolo anche per Modena.

Sotto la gestione Sanchez il Fulham gioca un calcio estremamente diretto, che bypassa spesso e volentieri il centrocampo per cercare direttamente le punte, facendo rimanere la palla nei piedi dei suoi difensori meno tempo possibile. Con l’infortunio di McBride davanti però non c’è nessuno che quei palloni li possa raccogliere in modo efficace e la squadra si trova in più occasioni travolta a difesa non schierata. A questa situazione si aggiungono alcune incertezze del portiere Niemi; il risultato è che la squadra segna con il contagocce e la fase difensiva non è granitica ed efficace come la vorrebbe Sanchez.

Il primo mese di Hodgson in panchina è ancora di rodaggio e arrivano infatti due pareggi e tre sconfitte, ma già a gennaio il nuovo manager inizia a imprimere una nuova direzione alla squadra. Nei primi incontri inizia a schierare Volz, veterano dei Cottagers, sulla fascia al posto di Bouazza e sperimenta in alcune occasioni un 4-5-1, con Dempsey unica punta. Le maggiori novità arrivano però dal calciomercato: Hodgson fa cedere Steven Davies ‒ arrivato solo sei mesi prima e fino ad allora titolare ‒ in modo da lasciare spazio al più tecnico Jimmy Bullard. In entrata invece arrivano a Craven Cottage il centrocampista Leon Andreasen, la punta Eddie Johnson, il gigante norvegese Hangeland con il connazionale Nevland, già allenati da Hodgson al Viking, e il terzino Paul Stalteri. 

David Healy nell'1-3 del Fuham contro il Sunderland (Foto: Lee Sie/CC-BY 2.0)

Assestatasi la rosa, la formazione cambia: in porta l’esperto Keller non ci mette molto a superare nelle gerarchie Niemi, mentre la difesa viene registrata con gli inserimenti di Hangeland al posto di Bocanegra e di Stalteri al posto di Baird. A centrocampo Andreasen si prende la fascia destra, mentre Jimmy Bullard mette la sua qualità al servizio del centrocampo dei cottagers, affiancando Murphy. In avanti rientra il capitano McBride, ma in generale la coppia d’attacco ha composizione variabile, vedendo schierati, oltre al biondo americano, soprattutto Dempsey e Kamara, ma anche Healy (fermato poi da un infortunio), Johnson e Nevland. 

Il Fulham di Hodgson è una squadra diversa da quella di Sanchez, nonostante il modulo in comune, poiché pratica un gioco semplice, fatto di passaggi corti, rapidi e precisi e molti movimenti studiati. Questo gioco permette spesso di portare palla sul fondo, da dove partono i cross per il ritrovato McBride, o di liberare i giocatori offensivi negli spazi lasciati liberi dalle difese avversarie. 

L'undici tipo del Fulham di Hodgson
La componente più importante però che Hodgson porta al Fulham è quella riguardante il morale e l’organizzazione; l’allenatore inglese, infatti, decide di “ripartire dalle basi”, costruendo il gioco della sua squadra passo passo, e porta serenità, fiducia ma soprattutto voglia di rischiare, come dimostrano le ultime giornate di campionato disputate con un giocatore offensivo come Kamara o Dempsey sulla fascia sinistra. La squadra si riprende dal punto di vista mentale, come dimostra il miglioramento dei dati sulle rimonte fatte/subite, che nella gestione precedente era il peggiore del campionato e Roy Hodgson trova due chiavi fondamentali per svoltare anche le situazioni più difficili: le palle inattive di Bullard e il gioco aereo di McBride.

Il Fulham si salverà all’ultimo respiro, al termine di quella che viene ricordata come The Great Escape, culminata nella rimonta sul campo del Manchester City alla terzultima giornata.

West Bromwich Albion 2010/11
Hodgson arriva al The Hawthorns un po’ a sorpresa nel febbraio 2011 a seguito dell’esonero di Roberto Di Matteo, che fino a quel momento era riuscito a mantenere la squadra poco fuori dalla zona retrocessione, ottenendo anche vittorie prestigiose all’Emirates e a Goodison Park. Tuttavia, il West Brom aveva vinto una sola delle ultime dieci partite e la dirigenza aveva così individuato nell’ex-Fulham il profilo migliore per mantenere la squadra in Premier League.

Di Matteo aveva plasmato la sua squadra con l’obiettivo di giocare un calcio divertente e propositivo, ma questo aveva reso il West Brom una squadra che subiva moltissime reti. Inoltre, l’approccio ai primi tempi era spesso e volentieri sbagliato, con i Baggies che si trovavano in molti casi ad inseguire gli avversari. La formazione abituale del tecnico italiano prevedeva Scott Carson tra i pali, una difesa a quattro costituita da un terzino più di spinta come Marek Čech o Nick Shorey e uno meno offensivo come il cileno Gonzalo Jara, più i centrali Gabriel Tamaş, nazionale rumeno dal piede raffinato, e Jonas Olsson (sostituito da Pablo Ibáñez o da Paul Scharner durante il suo infortunio). In mediana figurano il recupera-palloni Yussouf Mulumbu e uno tra lo stesso Scharner e Graham Dorrans, definito “all-round midfielder”, con James Morrison poco più avanti di loro. Sugli esterni la qualità era garantita da Jerome Thomas e Chris Brunt e davanti a loro il russo-nigeriano Peter Odemwingie a guidare l'attacco.

A differenza della sua esperienza al Fulham, Hodgson qui non può contare sul mercato, conclusosi prima del suo arrivo, e deve quindi adattarsi alla rosa a disposizione. Il manager londinese decide, in questo caso come nell'esperienza con i Cottagers, di mantenere per le prime partite un modulo simile a quello del predecessore, puntellando principalmente la difesa; questa viene arricchita dagli innesti di Steven Reid a destra e Abdoulaye Meité al centro. L’inserimento dell’ivoriano, mai impiegato da Di Matteo, dà stabilità alla difesa dei Baggies e permette di bilanciare l’aggressività di Olsson con il senso della posizione dello stesso Meité. Per quanto riguarda l’attacco Hodgson prova più soluzioni, facendo anche giocare Odemwingie in coppia con Cox, a sua volta mai utilizzato da Di Matteo, e rinunciando talvolta al talentuoso Morrison; in questo modo la formazione schierata dal tecnico inglese si avvicina di più a un vero e proprio 4-4-2, in cui il talento è garantito dagli interpreti sulle fasce, Thomas e Brunt. Nelle rotazioni inizia a comparire anche il nome del giovane Carlos Vela, che si troverà anche schierato titolare in alcune occasioni.

Anche in questo caso la parola chiave di Hodgson è organizzazione e la squadra viene sottoposta a lunghe sedute di allenamento in cui vengono provati e riprovati schemi e movimenti; una grossa mano al manager la dà anche il fatto di trovarsi di fronte a uno spogliatoio affiatato e collaborativo. Il manager inglese lavora anche sul morale e sulla mentalità della squadra, chiedendo coesione tra i reparti e spingendo affinchè gli attaccanti siano i primi difensori in fase di recupero della palla, e i giocatori di rottura possano essere decisivi nei ribaltamenti di fronte, condotti seguendo movimenti quasi automatici. 

L'undici tipo del WBA di Hodgson

Come al Fulham, un grande apporto alla fase offensiva arriva dai lati del campo, anche se con meno palloni alti rispetto a quanto facessero i compagni di McBride: Brunt chiude la stagione a 11 assist, mentre Jerome Thomas raggiunge quota 8. Altro elemento fondamentale nel far giungere i palloni davanti, ma anche nel metterli in rete, è Mulumbu, che si cala alla perfezione nel compito datogli da Hodgson, ovvero quello di recuperare il pallone e iniziare l’azione del West Brom.

Nonostante gli aggiustamenti di Hodgson la fase difensiva resta carente, tanto che Carson e il suo vice Myhill raccoglieranno un solo clean sheet da febbraio a maggio; in ogni caso, grazie soprattutto a un Odemwingie in stato di grazia (15 gol), la squadra va in gol con costanza e questo permette al West Bromwich di uscire sconfitto solo in due occasioni dopo il cambio di allenatore. I 20 punti conquistati in 12 match valgono ai Baggies una salvezza tranquilla e l’undicesimo posto nella classifica della Premier League.

Che Watford è? Che Watford sarà?

Passando dunque alle vicende dei nostri giorni, Hodgson è stato scelto come nuovo allenatore del Watford subito prima della pausa nazionali di fine gennaio, permettendogli così anche di avere due settimane per preparare il primo incontro e un’intera settimana rimanente di calciomercato. Roy Hodgson eredita da Claudio Ranieri una squadra che staziona al diciannovesimo posto della classifica di Premier League, e che ha conquistato solo 7 punti nelle 13 partite della gestione del tecnico italiano; l’ultima vittoria risale al 20 novembre scorso.

Al netto di alcuni esperimenti con il 4-2-3-1, Ranieri si era stabilizzato su un 4-3-3, che a seconda dei compiti assegnati ai giocatori e delle posizioni medie effettivamente tenute dagli interpreti poteva apparire anche come un 4-1-4-1. Scendendo nel dettaglio, l’allenatore italiano aveva puntato su Bachmann come estremo difensore, preferendolo a Foster, una linea difensiva abitualmente composta da Masina, Cathcart, Troost-Ekong e Femenía, una mediana che comprende Moussa Sissoko, Kucka (oppure Louza) e Cleverley e un trio d’attacco composto da tre punte tra loro diverse come Cucho Hernández, King e Dennis.

Il reparto offensivo è sicuramente il punto di forza del Watford di quest’anno, guardando anche ad altri due elementi spesso titolari come João Pedro e Ismaïla Sarr, e infatti Ranieri ha deciso di snaturarsi puntando su un modulo a tre punte anziché rifugiarsi in uno schieramento più familiare come poteva essere il 4-4-2. A livello offensivo il Watford è una squadra con numeri ampiamente da salvezza, con il numero di gol fatti e di expected goals a favore che è cresciuto durante la gestione di Ranieri rispetto ai match precedenti; un grande apporto riguardo ai numeri dell’attacco proviene dagli 8 gol e 5 assist di Emmanuel Dennis, vero e proprio punto di riferimento dela linea avanzata degli Hornets. Ranieri ha ottenuto questi risultati provando a imporre alla sua squadra uno stile di gioco semplice e diretto, che fa molto affidamento sulla pressione piuttosto che sul possesso palla, in modo da sfruttare appieno la velocità del reparto offensivo.

La nota dolente per il Watford di Ranieri arriva dalla difesa, che subisce in media circa due gol a partita; un dato che spicca è quello legato agli xG subiti, che è il peggiore del campionato, e da cui discende direttamente la peggior percentuale di tiri parati sul totale di quelli arrivati in porta. Numeri che dimostrano chiaramente come il Watford faccia andare al tiro troppo facilmente e in zone estremamente pericolose gli avversari. Un altro punto critico della gestione Ranieri è stato evidenziato da diversi opinionisti nella scarsa organizzazione portata dall’allenatore italiano, che a sua volta ha avuto parole taglienti per i suoi giocatori, rimproverandoli per l’egoismo visto in campo e invocando un cambio di mentalità.

Appena preso l’incarico, Hodgson ha riproposto nelle interviste diversi concetti che già aveva espresso sulle panchine di Fulham e West Bromwich, parlando di organizzazione e dell’importanza del lavoro in allenamento, ed esponendo nuovamente i cardini della sua concezione di calcio: fase offensiva fatta di meccanismi e movimenti coordinati, fase difensiva svolta da tutta la squadra, con spirito di sacrificio. Ha inoltre rimarcato che la rosa del Watford è di qualità, e che si è trovato di fronte un gruppo con la giusta mentalità e con voglia di lavorare.

La maggior parte dei movimenti di calciomercato degli hornets sono avvenuti prima dell’arrivo di Hodgson, che ha potuto supervisionare solo l’arrivo del nigeriano Samuel Kalu, esterno alto con buone qualità nel dribbling. Il mercato di gennaio gli ha portato in dote anche l’ex-Udinese Samir al centro della difesa, Hassane Kamara nella posizione di terzino sinistro e Edo Kayembe al centro del campo, quindi non una rivoluzione ma solo alcuni innesti per consolidare la rosa preesistente. Uno scenario simile si avvicina di più all’esperienza del tecnico inglese al West Bromwich che non a quella al Fulham.

Nelle prime due partite della gestione Hodgson il Watford si è schierato con il 4-4-2 caro all’allenatore inglese, che ha quindi scelto di dare subito la sua impronta tattica alla squadra, anche un po’ per sopperire alle assenze. In porta ha puntato per ora su Foster, già allenato in precedenza, e in difesa si è subito affidato ai nuovi arrivati Hassane Kamara e Samir, oltre che agli Hornets di lungo corso Cathcart e Femenía. Il centrocampo a quattro è stato costruito in maniera “anomala" da Hodgson in entrambe le partite, schierando al centro Sissoko – più arretrato – e Kayembe, ma proponendo sulla fascia destra un giocatore come Kucka, abituato a giocare più centrale, e sulla fascia sinistra Sema contro il Burnley e Cleverley, altro centrale, contro il West Ham. Quella dei quattro centrali di centrocampo è una soluzione già usata ai tempi del Crystal Palace, che da un punto di vista si differenzia dagli schieramenti più classici usati al West Bromwich e al Fulham; tuttavia, riprende quando sperimentato nel 2008 con Andreasen, abituato a giocare più centrale, posizionato in fascia. In attacco, complice la squalifica di Dennis, Hodgson ha schierato King e João Pedro contro il Burnley, con il secondo che si è accomodato in panchina al London Stadium per permettere il rientro del nazionale nigeriano. 

Uno dei possibili schieramenti del Watford di Hodgson

Osservando lo schieramento tenuto dal Watford in queste due partite si possono già individuare le coppie tipiche del 4-4-2 di Hodgson: un terzino più offensivo come Femenía e uno più bloccato come Kamara, un duo difensivo ben assortito come Samir e Cathcart, una punta più potente come King e una più dinamica come Dennis o João Pedro. Anche i movimenti sulle fasce sono basati su movimenti di coppia tra terzino ed “esterno”, soprattutto sulla destra dove alle salite di Femenía si abbinano i movimenti ad accentrarsi di Kucka, che osservando le posizioni medie si alza quasi sulla linea d’attacco.

Osservando le statistiche dei due match fin qua disputati si può vedere come la squadra non abbia ancora assorbito lo stile che Hodgson aveva imposto al suo Fulham o al suo West Bromwich, ma anche in quei casi l’inizio dell’avventura del manager inglese era coincisa con un periodo di rodaggio. I dati sui tiri realizzati, ma anche su quantità di passaggi e loro lunghezza sono assolutamente compatibili con la media di questa stagione, come anche quello sulle conduzioni palla al piede, in controtendenza rispetto al gioco normalmente scelto da Hodgson, ma assolutamente comprensibile pensando alle caratteristiche del reparto offensivo. Migliora nettamente invece il dato relativo ai tiri subiti e agli expected goals degli avversari, entrambi inferiori alla media del Watford, permettendo così a Foster di registrare il primo clean sheet della stagione.

Due partite non sono ovviamente sufficienti per valutare l’operato di Hodgson e per trarre certezze sul suo stile di gioco in questa nuova esperienza. Lo stesso allenatore ha rimarcato come non sia attaccato ai moduli e che il Watford può schierarsi anche con un 4-3-3 o con un 4-5-1 senza modificare l’approccio di fondo alle gare. Viene quindi da pensare che il rientro di Sarr possa portare Hodgson a virare su un 4-3-3, schierando tutte e tre le frecce all’arco del suo attacco e mantenendo gli attuali equilibri sulle fasce, visto anche l’eccellente stato di forma di Kamara. Impostare un 4-4-2 analogo a quello delle salvezze con Fulham e WBA può risultare complesso per la mancanza di esterni puri in rosa, anche se Sarr o Kalu potrebbero essere soluzioni a destra che ricordano l’impiego di Dempsey (o Odemwingie nel 2012) nelle esperienze precedenti del mister londinese. A far pendere la decisione verso un centrocampo a due o a tre sarà però anche l’affiatamento tra il nuovo acquisto Kayembe e il versatile Sissoko, pensando alle efficaci partnership Bullard-Murphy e Scharner-Mulumbu, senza dimenticare la presenza del capitano Cleverley.

L’impegno maggiore da parte di Hodgson arriverà nelle sedute di allenamento, al fine di affinare i movimenti da mettere poi in pratica in partita, soprattutto per condurre i contropiedi, che con un attacco così veloce possono essere un’arma decisiva. Anche la linea difensiva otterrà particolare attenzione, come si può immaginare pensando alla storia manageriale di Hodgson, sia per quanto riguarda l’organizzazione in fase difensiva, sia riguardo alla fase di impostazione, che tuttora si affida a numerosi lanci lunghi che partono dai piedi di Cathcart. La componente di pressing emersa durante la gestione Ranieri verrà sicuramente mantenuta, ma Hodgson prediligerà un gioco più corto, finalizzato a innescare gli esterni, spesso e volentieri perni delle squadre allenate dal tecnico inglese.

Danny Murphy, centrocampista del Fulham di Hodgson, ha evidenziato le analogie tra quell’esperienza del tecnico inglese e il Watford attuale, sottolineando però come gli hornets abbiano maggiore potenza di fuoco davanti. L’analogia è estremamente azzeccata: il Watford di Ranieri aveva importanti carenze difensive, che Hodgson è chiamato ad aggiustare in fretta, però la rosa possiede un reparto offensivo importante, che il nuovo manager dovrà sfruttare il più possibile, sperando che le combinazioni sulle fasce vengano ben assimilate dai suoi giocatori e che Emmanuel Dennis sia il suo Odemwingie o il suo McBride.

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